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Romano Guardini è stato senza dubbio uno dei più importanti rappresentanti della cultura cattolica del secolo scorso. Il libro qui presentato è uscito per la prima volta in Germania nel 1919, ma risulta ancora di grande attualità per quella che è la situazione della liturgia ai nostri tempi.

Sin dall’inizio si afferma la natura oggettiva e non individualistica del rito cattolico, che trascende la prospettiva e la valutazione del singolo credente; il vero soggetto della liturgia “è qualcosa che trascende la semplice somma dei singoli credenti, è insomma la Chiesa”. Da questa trascendenza deriva il fatto che “il singolo deve rinunziare a pensar a modo proprio e a percorrere vie proprie, giacché deve perseguire fini ed intenti e seguire pensieri e vie, che la liturgia gli propone”. L’atteggiamento che ogni fedele dovrebbe quindi avere nei confronti della liturgia si riassume in un termine che pare oggi quasi dimenticato e che suona persino disturbante: “umiltà. Umiltà come rinuncia: cioè sacrificio della propria autorità e indipendenza. E insieme umiltà come contributo: cioè accettazione di un contenuto di vita religioso già dato, oltrepassante l’ambito di quella personale”.

Si passa quindi all’esame del simbolismo liturgico. Il rito segue la stessa dinamica dell’Incarnazione: si serve della carne e della realtà mondana, anzi le valorizza al massimo grado, ma non per fermarsi al loro livello, ma per elevarsi a quello spirituale. La dinamica del simbolo rappresenta appieno questo movimento. La liturgia è ricca di simboli e di segni, cioè di eventi materiali che possono ben essere colti coi sensi dall’uomo fatto di carne, ma che hanno lo scopo di rimandare ad altro da sé, di indicare il cielo e di accompagnare il fedele a sollevarsi verso un’esistenza spirituale.

I simboli ed i segni rappresentano inoltre una forma di linguaggio ben più persuasivo e profondo rispetto alle parole. Essi infatti consentono un rapporto in presa diretta con la realtà. Ecco quindi l’appello di Guardini: “basta con le larve di parole: rimettiamoci dinanzi alle cose. Evadiamo dalle nebbie infide delle idee indeterminate e adusate e riapriamo gli occhi alla forza penetrante del reale”.  

 



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