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Libro_3



Martin Mosebach non è uno studioso di liturgia o un teologo, bensì uno scrittore; e come tale affronta il tema della liturgia, del rito e della musica sacra attraverso un approccio letterario e il racconto di proprie esperienze personali, con stile sempre appassionato e coinvolgente. Affiorano con frequenza osservazioni sul canto, come, ad esempio, la considerazione che “nella liturgia della Messa, i canti non hanno propriamente posto. La liturgia è completa; essa stessa è un grande ed unico canto”. Di contro “il legame che il canto gregoriano tesse fra l’azione liturgica e il canto è così stretto che forma e contenuto diventano qualcosa che non è più dissociabile”; il canto gregoriano, infatti, “consente che ogni frase abbia piena giustizia; nulla è soltanto ornamento o aggiunto in un qualche modo per inghiottire o dilatare le sillabe al servizio della melodia, , come spesso accade nelle maggiori composizioni dell’epoca recente”. Ne consegue che il vero canto liturgico, ben esemplificato dal repertorio gregoriano, non è qualcosa che si aggiunge alla liturgia, ma è esso stesso un tutt’uno con la liturgia.

Non manca la polemica nei confronti delle innovazioni e delle riforme apportate alla liturgia negli anni che hanno seguito il Concilio Vaticano II, così come il tono ironico rispetto a usi e costumi di certa Chiesa votata all’innovazione. Sferzanti i commenti sul dibattuto concetto di “partecipazione attiva”, ben riassunti nella seguente domanda: “In che cosa consisteva la partecipazione attiva dei discepoli, quando essi si lasciarono lavare i piedi da Cristo nel Cenacolo? In che cosa consisteva la partecipazione attiva di Maria e di Giovanni, quando essi stavano sotto la Croce? Nel contemplare, nell’abbandono, nell’attesa e nella preghiera”.

Rispetto allo sviluppo continuo e coerente che i riti cristiani hanno avuto dalla loro nascita fino alla metà del secolo scorso, quanto avvenuto subito dopo il Concilio Vaticano II costituisce, secondo Mosebach, una rivoluzione non giustificabile e senza precedenti. Il problema, infatti, non riguarda il Concilio stesso, che anzi “aveva confermato gli elementi essenziali del rito tradizionale, aveva reso onore alla lingua sacra e al canto gregoriano come lingua e musica della Chiesa, e come essenziale innovazione aveva permesso soltanto la lettura dell’Epistola e del Vangelo nella corrispondente lingua nazionale”. E’ immediatamente dopo di esso che intervengono forze dall’alto e dal basso per stravolgere, in modo inopinato e improvviso, l’opera che la Chiesa aveva portato avanti per secoli.          

Attraversa tutto il libro l’idea che la liturgia ha una propria costituzione oggettiva, condensata nella sua forma, e sfugge quindi a qualunque decisione personale, a qualunque scelta oggettiva. E difatti lo “scopo del rito è di suscitare una realtà, la cui oggettività domina sulla volontà degli uomini che lo celebrano. Nel rito deve essere raggiunta una certezza, altrimenti impossibile ai giudizi degli uomini”. L’unico atteggiamento corretto quindi di fronte alla liturgia consiste in “un assoggettamento alla forma che dissolva ogni traccia di quanto è soggettivo”.



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