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Il Motu proprio di Papa Pio X, promulgato nel 1903, pur ponendosi in perfetta continuità con i vari pronunciamenti in materia di musica liturgica di coloro che l'hanno preceduto al soglio di Pietro (a partire, nel lontano 1324, da Papa Giovanni XXII con la Costituzione Docta Sanctorum Patrum), costituisce una tappa fondamentale per la riforma del canto liturgico, in un periodo segnato da frequenti e gravi abusi, dovuti soprattutto all'influsso della musica lirica sul canto di chiesa. 
Il motivo principale che ispira lo scritto è rappresentato dalla preoccupazione di "mantenere e promuovere il decoro della Casa di Dio", di preservare quindi lo spazio sacro dalle contaminazioni di prassi e gusti secolari che nulla hanno a che fare con "la santità delle sacre funzioni". 
E' Interessante notare come il principale fine che Papa Pio X intende perseguire, e cioè che "il vero spirito cristiano rifiorisca per ogni modo e si mantenga nei fedeli tutti", richiede innanzitutto di preservare "la santità e dignità del tempio", luogo dove i cristiani attingono il loro "stile" per una autentica vita di fede. E' vano sperare che scenda la benedizione del Cielo sui fedeli, se il tempio sacro di Dio viene profanato dall'uso di prassi contrarie alla sua santità.
La musica sacra, in quanto parte integrante della liturgia, deve essere santa, deve cioè evitare ogni riferimento alla sfera profana, deve essere vera arte e deve possedere carattere di universalità. Tali caratteristiche sono presenti in massimo grado nel canto gregoriano, che è dunque "il canto proprio della Chiesa Romana" e "supremo modello della musica sacra". Per essere sacra e liturgica la musica si deve inoltre avvicinare il più possibile al canto gregoriano "nell'andamento, nella ispirazione e nel sapore". Ciò significa che anche altre tipologie di musica sono ammesse nell'ambito della liturgia, in primo luogo la polifonia del Cinquecento, ma anche la musica composta in epoca moderna, purché si avvicinino il più possibile al modello del gregoriano e non abbiano nulla di profano.
Sottolineiamo inoltre l'indicazione di mantenere il testo liturgico "come sta nei libri, senza alterazione o posposizione di parole, senza indebite ripetizioni, senza spezzarne le sillabe". Segno di un profondo rispetto per la parola biblica che deve essere in qualunque modo preservata da arbitrari interventi umani, ma anche chiara determinazione della gerarchia che vede il testo sempre in posizione predominante rispetto alla melodia che lo accompagna.



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